l’Associazione Culturale RL Maat 

in collaborazione con

Centro Studi sulla Massoneria e  Centro Ricerche Storiche sulla Libera Muratoria 

presentano il convegno

DONNE E UOMINI CHE HANNO FATTO L’ITALIA

19 novembre 2016 – ore 18:00

Asili Notturni Umberto I – via Ormea 121 — Torino

Intervento integrale di Daniela Bosetti

 Rimanendo nel solco proposto per questo incontro che pone donne e uomini al centro delle riflessioni e, collegandomi a quanto detto dall’amico Marco Novarino sulle battaglie civili condotte dalla massoneria, vorrei soffermarmi su due figure poco conosciute.

Due donne, due massone che interpretarono in modo diverso, ma tra loro complementare, un preciso percorso iniziatico.

La prima è Anna Franchi, una delle figure di spicco nel panorama culturale italiano dell’Ottocento e del primo Novecento.

Una figura poliedrica: giornalista, critica d’arte, drammaturga, polemista, emancipazionista, autrice di ben cinquantotto libri .

Nata a Livorno il 15 gennaio 1867 da una famiglia borghese, venne educata in un ambiente di tradizioni mazziniane, imparando ad amare gli eroi e gli ideali del Risorgimento, che furono alla base del suo pensiero politico. Nel 1896, dopo anni di tradimenti e violenze, riuscì a separarsi dal marito il violinista Ettore Martini, un accanito giocatore d’azzardo. I gravi disagi dovuti all’impossibilità di ottenere la cosiddetta “autorizzazione maritale” per amministrare o vendere i propri beni – autorizzazione che il codice civile imponeva alle donne sposate – la convinsero della necessità di introdurre in Italia la legge sul divorzio. Di idee molto avanzate, forse troppo per essere recepite dalla società arretrata e conservatrice di quel periodo, Anna Franchi lottò durante tutta la sua esistenza per la concessione dei diritti civili e politici alle donne italiane. In continuo contrasto con la stampa cattolica, intervenne anche sulla lacerante questione dell’insegnamento della religione e sulla laicità della scuola.

A Firenze si impegnò a favore delle donne nell’ambito della sinistra democratica, promuovendo e dirigendo insieme a Ernesta Bittanti, la Lega femminile che aderì alla Camera del Lavoro e poi la Lega toscana per gli interessi femminili.

Durante l’agitazione delle Trecciaiole (1896-97), venne eletta nella commissione di propaganda della Camera del Lavoro.

Nel 1900 fu la prima donna italiana a iscriversi all’Associazione lombarda dei giornalisti.

La fusione tra vita privata e dimensione pubblica raggiunse la sua massima espressione nel 1902, l’anno in cui Agostino Berenini e Alberto Borciani, entrambi deputati socialisti, avanzarono una proposta di legge sul divorzio. Proprio su questo tema la Franchi pubblicò per la casa editrice Nerbini il pamphlet Il divorzio e la donna; per la Sandron il romanzo autobiografico Avanti il divorzio che suscitò uno scandalo tale da oltrepassare i confini del Paese.

A partire dal 1912 si avvicinò alla massoneria femminile e nel 1914 fondò a Milano la loggia “Foemina Superior”.

La Franchi venne iniziata nelle loggia femminile torinese “Anita Garibaldi” nel giugno del 1913 ma come scrisse Lavinia Holl’ «fin dal 1912 Anna Franchi desiderava di raccogliere e guidare in modo efficace quella propaganda anticlericale che da molti anni faceva sia con la pubblicazione di libri o di articoli, sia con conferenze; per tradizioni di famiglia (uno zio materno era un massone), legata con vincoli di devozione sincera alla massoneria rivolse il pensiero verso la possibilità di essere accolta in questa Istituzione».

Presumibilmente venne elevata al grado di Maestra nella stessa loggia e dopo un anno fondò a Milano la citata loggia femminile “Foemina Superior” che si distinse immediatamente nel mondo latomistico femminile per la sua vivacità intellettuale e per la proiezione solidaristica verso la società civile.

Per la Franchi il nome distintivo “Foemina Superior” indicava «l’aspirazione della donna verso il perfezionamento spirituale» che doveva fare da contraltare all’impegno nel mondo profano.

La loggia scelse di impegnarsi in un progetto educativo rivolto ai giovani studenti

(cito) «per mettere sulla via della verità le giovani menti, nelle quali si sviluppa uno spirito d’osservazione critica» prevedendo la redazione e la pubblicazione di volumi sulla storia d’Italia a uso e consumo degli studenti delle scuole primarie e secondarie.

Anche in questo caso si produsse una comunione d’intenti e di atti concreti con la massoneria del GOI in nome della completa e totale laicizzazione della società italiana.

Scoppiata la Prima Guerra Mondiale, si appassionò alle posizioni interventiste di Filippo Corridoni e dopo la morte al fronte del figlio Gino, nel 1917 decise di fondare la Lega di assistenza tra le madri dei caduti per aiutare le donne rimaste senza mezzi.

Durante il ventennio fascista, fu costretta ad abbandonare il giornalismo militante e per mantenersi iniziò a scrivere racconti per bambini, romanzi, tra cui La mia vita nel 1940. Diresse anche “L’Appello”, organo dei valdesi, e svolse un ruolo chiave durante la Resistenza.

Terminata la guerra, la Franchi riprese la sua attività nel Partito socialista e nel 1946, quando le donne ottennero il diritto di voto, scrisse Cose d’ieri dette alle donne d’oggi, per rivendicare, alle donne socialiste della sua generazione, il merito di aver posto le basi per una conquista tanto importante.

Dopo questa straordinaria figura che rappresenta una sorta d’archetipo di donna che si battè per i diritti umani e civili senza distinzione di genere, vorrei parlarvi di una figura totalmente sconosciuta che decise d’impegnarsi per la creazione di una massoneria femminile in Italia, che fu Gran Maestra della Franchi stessa e che, come lei, credeva che un percorso iniziatico potesse, anzi dovesse, servire per migliorare l’impegno nel mondo civile.

Mi riferisco alla già citata sopra Lavinia Holl’, ebrea torinese, che sicuramente ha ricoperto un posto importante nella storia della massoneria femminile.

Ma prima di parlare della Holl’, occorre tracciare un quadro generale sulla nascita di una liberamuratoria esclusivamente femminile.

Agli inizi del Novecento incominciarono a formarsi logge femminili principalmente in Toscana, Piemonte, Lombardia e Lazio.

La maggior parte delle componenti di queste officine erano entrate in contatto con il mondo massonico grazie a reti familiari (padri, fratelli, mariti) e quindi in modo del tutto personale e spontaneo ricevettero sostegno, in particolare attraverso la fornitura di oggetti simbolici e rituali, da membri del Grande Oriente d’Italia.

Nel 1912 le logge esclusivamente femminili con maggiore tradizione e vitalità ossia l’ “Anita Garibaldi” e l’”Ausonia” di Torino, l’ “Anita Garibaldi” di Firenze e l’ “Italia” di Roma diedero vita alla Gran Loggia Mista Simbolica d’Italia.

Allo stato attuale della conoscenza non è possibile capire perché, nonostante fossero tutte concordemente contrarie alla creazione di logge miste, assunsero quella denominazione. Forse per non chiudere la porta alle ‘massone’ che erano state iniziate in Obbedienze miste come “Il Diritto Umano”.

Prima Gran Maestra di questa Gran Loggia fu la nostra Lavinia Holl’, descritta in un articolo apparso sulla “Rivista massonica” come una «distinta signora israelita, maestra venerabile della loggia femminile torinese Anita Garibaldi che coltivava da tempo relazioni massoniche con alcune personalità della Gran Loggia di Rito Simbolico», Rito che con il RSAA erano alla base della struttura organizzativa del Grande Oriente d’Italia.

Quest’ultima affermazione apre a una interessante riflessione su quanto successe negli anni che precedettero lo scoppio della Prima guerra mondiale.

La questione dell’ingresso delle donne fu sempre un argomento decisamente delicato, dibattuto fin dalla nascita del GOI.

Fino al 1893 la Costituzione del GOI escludeva la possibilità che una donna potesse essere iniziata in massoneria.

Nell’Assemblea costituente del 1893 tale divieto decadde, ma nessuna ulteriore iniziativa venne presa in merito.

Solo nel 1898 la questione venne affrontata nel Congresso massonico di Torino che, al termine dei lavori, votò una risoluzione rivolta ai vertici del GOI per una, seppur limitata, apertura sulla questione.

Il Congresso fa voti perché il Grande Oriente, nei limiti concessi dagli Statuti e dalle Costituzioni, organizzi una larga cooperazione della donna nell’opera massonica, eccitando, istituendo e sorvegliando direttamente l’opera di sezioni femminili profane dipendenti dalla massoneria e maturi per la prossima Costituente proposte per la affiliazione di Comitati Femminili Massonici da sperimentarsi in prova in una od in un numero limitatissimo di Logge”.

Negli anni seguenti non si costituirono Sezioni femminili profane né Comitati femminili massonici ma, come fece notare un articolo non firmato apparso sulla «Rivista massonica» nel 1905, era evidente che la questione fosse complicata per il ‘popolo massonico’; ciononostante lo stesso articolo si affrettava comunque ad affermare:

che quella  «constatazione non [era] certo lieta per noi, ma [rappresentava] la realtà»

L’estensore dell’articolo ribadiva inoltre che in nessuna nazione esistevano logge femminili, e che il problema era tra  «i più spinosi e complessi tra quanti possano presentarsi alla nostra attenzione»

concludendo, con molta schiettezza, che se teoricamente molti ‘fratelli’ si erano schierati per l’ammissione delle donne, poi nulla in concreto era stato fatto dalle logge.

La questione venne riproposta di tanto in tanto sulla stampa o in occasione dei congressi regionali, ma non approdò a nessun risultato concreto.

Soltanto nel 1910 la rivista “Acacia” risollevò seriamente il problema, constatando come i nemici di sempre – i clericali, considerati conservatori sordi a ogni cambiamento in senso progressista – si fossero spinti molto più in là rispetto ai massoni in questo ambito.

Senza dubbio si trattò di un “grido di dolore” che ebbe un forte impatto sulle logge

Come per altre importanti questioni le logge piemontesi furono le prime a lanciare proposte innovative.

Nell’Assemblea Costituente del GOI del 1912 le torinesi “Cavour” di Rito Simbolico e “Dante Alighieri” di Rito Scozzese Antico ed Accettato (a dimostrazione che la questione non era all’attenzione di un solo Rito) proposero di aggiungere all’art. 2 delle Costituzioni il seguente capoverso:

cito

«Riconosce inoltre le Logge Femminili Italiane costituite o da costituirsi, le quali siano in armonia con le presenti Costituzioni e si assoggettino alle speciali discipline che in proposito saranno emanate dal Grande Oriente»

La Giunta del Grande Oriente in più occasioni aveva affermato che sarebbe stata pronta a portare in Assemblea «l’esame dei mezzi più adatti a ottenere che la donna cooperi all’azione e alle finalità della Massoneria».

Si trattava però, a detta di molti, di intendimenti troppo vaghi, proposti proprio nel momento in cui anche in Italia stavano sorgendo logge femminili o miste.

I massoni delle due logge di Torino portarono in assemblea due punti essenziali:

  1. La donna ha lo stesso diritto dell’uomo di entrare in Massoneria;
  2. La Massoneria Italiana ha l’obbligo di riconoscere le Logge Femminili che dichiarino di assoggettarsi alle Costituzioni del Grande Oriente d’Italia

 

I massoni torinesi erano convinti che non si potesse più negare alla donna la partecipazione alle lotte politiche e civili, elencando i numerosi pregiudizi che fino a quel momento l’avevano costretta a un ruolo subalterno nella società e richiamando alla memoria una serie di figure femminili dell’epopea risorgimentale e post-unitaria.

I tempi erano maturi per una piena accettazione delle donne in massoneria, seguendo quindi l’onda emancipazionista che si stava producendo nella società civile dove persino l’odiato Conte Ottorino Gentiloni, presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana, aveva promosso la nascita dell’Unione delle donne cattoliche.

La non ammissione delle donne, secondo questi ‘fratelli’, si poneva quindi in palese contraddizione con l’art. 1 delle Costituzioni e, rincarando la dose, si faceva ancora notare come in massoneria il principio dell’uguaglianza fosse sacro e inviolabile

In base a queste considerazioni la loggia “Cavour” propose che:

  1. Venisse riconosciuto così che la donna aveva lo stesso diritto dell’uomo di essere consacrata Massone
  2. Visto che si stavano creando logge femminili era un dovere del GOI prendere atto della situazione e cercare d’indirizzare la massoneria femminile su binari liberomuratori corretti
  3. Occorreva impegnarsi per sostenere una massoneria esclusivamente femminile e non mista e né tanto meno creare logge d’adozione (cito) « perché le donne che possono battere alla porta dei templi massonici e che sono le più colte e più evolute mal si adatterebbero ad essere considerate come inferiori all’uomo; e la Massoneria, se vuole valersi dell’opera delle donne che ritiene atte a comprendere i suoi alti misteri, deve alle donne stesse dare completa istruzione sui suoi simboli e sulle sue finalità, non potendosi concepire un segreto confidato solo a metà!»

 

La proposta favorevole a logge composte da sole donne e contraria a logge d’Adozione (ossia gruppi di sole donne dipendenti da una loggia maschile regolare) e a quelle miste, suscitò un ampio e serrato dibattito.

Si sostenne che le altre Obbedienze straniere avrebbero posto un veto all’ammissione delle donne, e che nessuna Comunione regolare riconosceva le logge femminili.

Inoltre, pur auspicando una collaborazione, si giunse ad affermare che (cito) «la parità dei diritti massonici sarebbe [stata] pericolosa e [avrebbe potuto] compromettere l’Ordine»

Altri appoggiarono l’emendamento proposto dalle logge torinesi, ma alla fine passò una posizione interlocutoria riassunta nella mozione presentata da Gino Bandini, che dava mandato al Consiglio dell’Ordine di (cito) «promuovere e favorire una organizzazione anticlericale femminile iniziatica che [avrebbe dovuto] riconoscere l’autorità ed assoggettarsi alle speciali discipline da esso emanate»

Locandina GLMFI A5