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“Donne ch’avete intelletto d’amore” – Firenze, 16 marzo 2018

Donne ch’avete intelletto d’amore”

(Dante ,Vita Nova ,cap. XIX )

Relatore: dott. Lorenzo Conti Lapi

Firenze,16 marzo 2018  

Le Logge “La Concordia”   “La Melagrana”  “Porta del Sole”,  Logge fiorentine della Gran Loggia Massonica Femminile d’Italia,sono le organizzatrici di questa conferenza di cui riportiamo qui di seguito un breve riassunto.

Donne che avete intelletto d’amore  è la canzone più importante tra quelle che Dante inserisce in quel libro che intende assemplare come  ricordo della sua giovinezza (Vita Nova) così fortemente segnata dall’incontro con Beatrice (ancor prima che fosse fuori di puerizia) e dalla sua morte.  Il libro assemplato ha tuttavia ha fatto lungamente discutere filologi e critici sui tempi della sua composizione, e in merito a questa discussione si è fatta campo l’ipotesi di una doppia redazione da parte di Dante, un ripensamento, addirittura l’ipotesi di  una  seconda scrittura. Pur non volendo in nessuno modo nulla derogare alla Vita Nova, in questo testo noi possiamo avvantaggiarci nel cogliere alcuni dei più importanti e significativi contributi danteschi alla poesia volgare che coincide con la nascita delle lingue moderne, italiana compreso; ed è quindi un opera che ci può giovare, come pure dice Dante. Sebbene dopo settecento anni essa non abbia perduto tale forza aurorale dobbiamo riconoscere che la lingua e le idee che la retorica del testo  ha intessuto sono per noi difficili e che senza un vero studio, senza un approfondimento attento, possano anche risultare incomunicabili, distanti e spesso fredde figure scolastiche,  gli stilemi di una grandissima invenzione poetica prodotta  dalla scuola fiorentina di cui Dante e in primis Guido Cavalcanti, a cui Dante dedica la sua giovanile opera, furono i massimi artefici.  Vi sono dei concetti, e quando si parla di concetti siamo nel campo della filosofia e del pensiero, senza i quali questa poesia non avrebbe luogo. C’è un pensiero alla base della poesia, c’è intelletto. Questo intelletto ragiona intorno all’idea di Amore -sempre scritto con la A maiuscola-  e questo ragionamento è estremamente coinvolgente, al punto che sembra poter investire ogni campo dello scibile, al punto che Dante sarà guidato da questo pensiero poetante ad aver forza di raccontare l’indicibile, ciò per cui pur avendo provato e pur avendo visto ciò che ai più è negato, la memoria ha difficoltà a raccontare. Intorno a questi concetti vediamo assieparsi  amici e donne: donne dello schermo, donne gentili, donne pietose, donne pietrose, donne che pregano, donne sdegnose, donne seducenti, donne piangenti.  Un figurazione della donna che rimane tuttavia fissa intorno al fulcro dell’intelletto che si sforza di dire, ferma cioè intorno al fulcro d’amore. Donna come un sole che a differenza della  mutevolezza di colui  che deve conquistare una nobiltà, di colui che muta, che perde ora il saluto e ora lo riconquista, di colui che deve sforzarsi a trovare le parole per dire, perché in quelle parole è la sua massima gioia, questa donna è invece fissa come un sole. Seguiranno altri collegamenti al più nobile dei pianeti che tanto significato ha per Dante. Avremo altri soli: il sole della sapienza, il sole della lingua, il sole dell’impero ovvero della giustizia, ed un altro sole ancora, Francesco d’Assisi, il modello cristiano di una chiesa ispirata alla perfetta imitazione di Cristo. Questo per confermare l’altissimo valore attribuito primariamente a tale significazione, che se variamente ha luogo per Dante, lo ha cominciando da colei che per prima è l’oriente, la direzione della sua vita. Come il povero Romeo ripeterà per la sua Giulietta affacciata al balcone. Se il sole è il più nobile dei pianeti, la donna amata dal fedele d’Amore, è colei che più è degna di significarlo.  Le maggiori esperienze poetiche precedenti, Provenza e Sicilia, avevano presentato l’avventura amorosa, la sua disianza, sempre come una conquista talvolta gloriosa ma talvolta talmente alta da essere impossibile, tuttavia l’obiettivo rimaneva sempre questa donna, il premio la sua conquista, tanto da dover far giustificare il poeta davanti a Dio di questo imperdonabile errore, aver confuso il fine della gloria. Con Dante l’argomento cambia, e cambia l’intelletto d’Amore. Il fine è la parola, il fine è la lode, il fine non è la conquista, ma la scoperta, il ricevere quella grazia, anche se poi si ha consapevolezza di finire all’Inferno, come dice ad un certo punto proprio la canzone da cui prendiamo le mosse. Ma, continua la canzone, questa visione potrà far dire laggiù tra i peccatori a chi quella ha goduto: o dannati io ho visto la gioia dei beati. Come nasce questa parola? com’è fatta l’arte del dire? quali difficoltà incontra? cosa implica la coscienza di dover morire e il dover ricorrere alla memoria? Noi siamo davanti ad un poeta che afferma una delle principali eresie, cioè che l’uomo è privo di immortalità  al di fuori di un intelletto possibile, cioè l’uomo non può essere un autore, può soltanto ricordare ciò che gli appare nell’intelletto, al massimo egli è un compilatore. Questa è la tremenda verità, lo stato delle cose,  ma siamo però anche davanti alla sfida che un poeta  compie nel superare  tale limite reale, dove la sfida è posta all’intelletto stesso, all’uomo, alla sua ragione, e questa sfida non la si può vincere senza un aiuto potente miracoloso, sorprendente. Un aiuto che sembra angelico, o un angelo sembra colei che porge questo aiuto, e questo aiuto arriva.