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Un’esclusione in guanti bianchi – di Andrea Musi

Alla ricerca delle ragioni rituali ed esoteriche dell’esclusione delle donne dalle logge massoniche. La motivazione ufficiale: la nostra è un’iniziazione “solare”, le donne non possono esservi ammesse. Un’altra ragione risiederebbe nella prevalente ritualità di Morte del percorso massonico, privo di conclamati richiami ai principi di fecondità e di generazione della Vita propri della donna. Ma le cose stanno proprio così?

Ad un certo punto della nostra Iniziazione – quando siamo ancora emozionati e frastornati da ciò che abbiamo appena visto e sentito dopo che ci è stata definitivamente tolta la benda delle nostre tenebre profane – ci vengono consegnate due paia di guanti bianchi, uno per noi, l’altro – ci viene detto – per la nostra “polarità contraria”, ovvero per la donna alla quale siamo più legati intellettualmente e spiritualmente (il rituale non specifica che debba essere necessariamente nostra moglie o la nostra compagna), con un’avvertenza: “… essendo la nostra iniziazione solare, le donne non possono essere ammesse ai nostri misteri… nonostante ciò le amiamo e rispettiamo…”.

Può bastare il semplice omaggio di un paio di guanti bianchi a compensare e condensare l’interdetto alla presenza delle donne nelle logge massoniche?

E’ la prima di una serie di domande che mi pongo e pongo ai miei fratelli sul rapporto della ritualità massonica con l’universo femminile. Forse sarebbe utile porre la stessa domanda anche alla destinataria dei nostri guanti: possono bastarle per perdonarci l’esclusione da una parte fondamentale della nostra esistenza? Ma ancor prima: possono bastare a noi, quelle parole del rituale, per comprendere l’essenza di questa separazione?

Sinceramente direi proprio di no! Innanzi tutto perché non si tratta affatto di una spiegazione, semmai di un’enunciazione.

E poi, anche caricando quel dono con  il massimo idealismo romantico, come fece il fratello Goethe, all’indomani della sua iniziazione (nella notte di San Giovanni del 1870), scrivendo all’amata Charlotte von Stein “… un piccolo regalo La attende… un regalo che posso fare ad una sola donna, per una sola volta nella mia vita!”, anche con questa galante sottolineatura quei guanti continuano a rappresentare una specie di sfida fra la nostra adesione alla massoneria (che dovrebbe essere totale e senza riserve) e le nostre moderne convinzioni civili di assoluta parità fra uomo e donna, un principio ribadito dalla stessa Costituzione Italiana che, durante la nostra iniziazione massonica, abbiamo promesso (in sostanza giurato) di rispettare.

Possibile che la Massoneria ci induca ad un simile spergiuro?

Possibile che una questione (esoterica ed exoterica) tanto importante, sia liquidata dal rituale massonico con così poche parole: “essendo la nostra iniziazione solare, le donne non possono essere ammesse ai nostri misteri”. Possibile?

Sembrerebbe una frase proveniente da qualche antico codice della Tradizione Massonica. In realtà si tratta di un’aggiunta operata dal Grande Oriente d’Italia solo nel 1969. Prima non vi era mai stata una citazione del genere nei rituali di questa Obbedienza. L’unico dettato esplicito di tale esclusione era e resta semmai il terzo articolo delle costituzioni massoniche redatte nel 1723 da James Anderson: “Le persone ammesse membri di una loggia dovranno essere uomini buoni e veri, nati liberi, di età matura… non schiavi, né donne, né uomini immorali… ma di buona reputazione”.

Dunque volendo andare oltre la superficie di questo “altolà” esoterico all’altra metà del cielo (la metà “lunare” della donna), in virtù dell’essenza “Solare”, maschile, della nostra Iniziazione e della nostra Tradizione misterica, è proprio lì che dovremo scavare (senza obiettare troppo sul fatto che in diverse culture il Sole è considerato un’entità femminile: tant’è vero che ancora oggi l’imperatore del Giappone è considerato figlio della Dea Sole).

Iniziamo dagli aspetti legati alla Tradizione Misterica: è forse lì che potremmo trovare inoppugnabili ragioni che giustifichino, e rendano più comprensibile a noi moderni, l’esclusione femminile dal nostro percorso massonico?

Per giustificare questa esclusione, nel corso dei secoli, sulle donne si è detto di tutto: “troppo frivole” (dimenticando che questo era dovuto al fatto che spesso veniva loro negata ogni istruzione), “Troppo incostanti”. “Poco propense a mantenere il segreto” (dimenticando in questo caso l’esempio delle donne cinesi dello Hunan che per secoli hanno custodito il mistero di un loro alfabeto segreto – lo Nu-Shu –  creato per comunicare fra di loro all’insaputa dei padri e dei loro mariti-padroni; quelle donne inventarono ben 1.500 caratteri tramandati da madre in figlia, in un’epoca imperiale nella quale inventare anche un solo nuovo ideogrammi o nuove parole era assolutamente proibito e punito addirittura con la morte. Il segreto dello Nu-Shu non fu mai violato.

Per taluni (Guenon compreso) le donne non possono inoltre condividere una tradizione massonica con l’Uomo, semplicemente perché non hanno alle spalle una tradizione di mestiere, di gilde e corporazioni, da cui desumere la trasmissione di segreti, pratiche e ritualità di comunità… Insomma  le donne non potrebbero essere massone semplicemente perché non sarebbero mai state “Libere Muratrici”…

Di primo acchito pare una tesi decisamente ingenerosa, pensando alla mole di lavoro, anche pensante, che le donne hanno sempre condiviso con l’uomo. Una constatazione che ha dato luogo, già nel 1724, ad un’irriverente polemica perfino fra gli stessi massoni inglesi protagonisti della grande riforma di pochi anni prima (1717), allorchè apparve sulla stampa (il Read’s Weekly Journal) un articolo che, rivolto proprio alle donne,  recitava:  “SIGNORE, C’è stato un gran chiasso, di recente, riguardo una antica Fratellanza di Uomini, che si definiscono “Liberi Muratori”; e si dibatte fra la Gente quale cemento li tenga cosi saldamente legati e fedeli 1’uno all’altro, e quali possano essere i grandi Segreti che si piccano di possedere, e dai quali escludono il resto dell’Umanità”.

“Mi meraviglio che nessuno abbia finora posto mente alla presenza di una straordinaria Comunità, famosa in ogni Epoca, e “i cui usi e costumi sono altrettanto da scoprire”; intendo dire quella delle Libere Cucitrici”… Allorquando “Eva Progenitrice” inventò per prima l’Ago al fine di mettere insieme le Foglie di Fico, il “Cucire”non servì a nascondere la Nudità sua e quella di suo Marito. In progresso di tempo, le sue “Discendenti” fecero diventare quella del Cucire, che intendeva soltanto proteggere la Nudità, una vera e propria Arte Ornamentale”.

“Perciò, non solo l’Ago, ma lo Spillo lo Spillone, il Filo, il Ditale e molti altri Strumenti furono usati, grazie ai quali la accorta e operosa “sorellanza” ottenne notevole Lucro e grande Reputazione…”

“La “Corporazione delle Sorelle Libere Cucitrici” fa risalire lo Scisma ad Epoca molto remota, e afferma che fu “Dalila” a dare fra le prime Reputazione alla Società allora appena agli inizi. Poiché si vantano di aver sempre mantenuto un bel rapporto con i “Liberi Muratori”, la loro “Tradizione” parla di tanti cattivanti “Incontri” tra la stessa “Dalila” e “Sansone”, considerato il “Gran Maestro della Fratellanza”; e menano gran vanto perché la nuova attività aveva già in quei tempi raggiunto il suo “Acme”, ossia il Punto più alto della Gloria…”

“Meriterebbero di essere chiamate “Filo-Matematiche”, essendo grandi Amanti, nonché fautrici, di tali Scienze. Particolarmente versate nel Comporre e Scomporre. Lo stesso Fidia non riuscì a superare molte Sorelle nel Rilievo, poiché esse “operano al Vivo”. Sono profondamente attaccate ai “Liberi Muratori”, e a tutti quelli che lavorano la Pietra, e si vantano che è sempre la “Corporazione delle Sorelle Cucitrici” a Rifornire e Popolare i tanti edifici eretti dalla Fratellanza dei Liberi Muratori…”.

Ancora oggi esiste un Ordine femminile, la Gran Loggia di Isthar, organizzata in logge definite “filande”, che suddivide le proprie sorelle in quattro gradi: Tessitrici, Cucitrici, Filatrici e Ricamatrici.

Dunque, pur trattandosi di una traccia, quella lasciata sulla stampa dai massoni inglese del 1724, con evidenti intenti più ironici che probanti, l’esclusione delle donne dalla massoneria per mancanza di tradizione di mestiere pare ampiamente confutabile (non solo pensando alla Libere Cucitrici, ma soprattutto ricordando la trasmissione iniziatica di saperi terapeutici e naturalistici fra le donne d’ogni epoca, da sempre levatrici, curatrici, alchimiste, prima ancora e più degli uomini, fino al punto di essere perseguitate e uccise, come streghe, per questi loro misteriosi saperi).

Ma anche esplorando le più accreditate e comprovate Tradizioni Misteriche della Massoneria, affondate nei tempi più antichi, l’esclusione delle donne non sembra trovare giustificazioni tanto categoriche quanto ci si aspetterebbe.

Se è vero, ad esempio, che la Tradizione Misterica Pitagorica è la matrice più riconosciuta e riconoscibile dell’organizzazione e della ritualità massoniche, ebbene ci vuole poco a scoprire che lo stesso Pitagora ammetteva ed iniziava anche le donne nella sua scuola misterica, che, come sostiene Julius Evola, contò più discepoli di sesso femminile di tutte le altre messe insieme.

Si parlò perfino di Donne Pitagoriche e Madri Pitagoriche con funzioni di iniziatrici. Pare che lo stesso Pitagora avesse ricevuto la maggior parte dei suoi precetti da una giovane sacerdotessa delfica di Apollo, Teoclea o Temistoclea. Netta appare quindi la sua ispirazione al culto ed alla legge Demetrica, fortemente impregnata di Femminino. Tanto che alla morte di Pitagora fu la moglie Teano ad assumere di fatto la leadership della scuola, trasformando la sua casa in Tempio di Demetra, dea greca equivalente della Grande Madre primigenia.

Quindi anche sul piano della più antica tradizione misterica della massoneria, Sole e Luna sembrerebbero poter convivere senza esclusioni.

Ma, sempre riguardo alla Tradizione, risalendo a tempi ancor più antichi di quelli di Pitagora, c’è un’altra evidenza misterica dell’interdetto femminile, ascoltata recentemente da un fratello di indubbia sapienza iniziatica come Antonio Panaino (già direttore della rivista Hiram), un’osservazione, la sua, che appare decisamente più convincente, e sembra colpire nel segno, al centro del problema:  “La natura Solare della nostra iniziazione  – sostiene Panaino – risiede soprattutto nell’essenza della sua ritualità, che è una ritualità interamente basata su un mito di Morte. La morte di Hiram. Tutto il nostro percorso massonico, ed i riti che l’accompagnano,  rappresentano un lungo viatico per prepararsi ed affrontare la Morte. Per possederla anziché esserne posseduti. Ed in questo percorso non vi è nulla, quasi nulla, che riconduca a riti di fertilità, fecondità, generazione della Vita, propri della dimensione femminile. Se una donna entrasse in massoneria, sarebbe quindi soverchiata da un esoterismo rivolto alla Morte, prettamente maschile,  e rischierebbe quindi fortemente di snaturarsi, in pratica di diventare uomo”.

Una riflessione che a noi massoni maschi appare finalmente più ragionevole ed accettabile di tante altre, anche per il fine protettivo che sembra avere nei confronti delle grandi escluse, le donne.

Ma volendo applicare anche al concetto espresso da Panaino il metodo massonico del dubbio, quasi subito la tesi s’incrina.

Se il fine di tutta la nostra ritualità è l’incontro con la Morte, è appena il caso di notare che si tratterebbe di un incontro con una figura declinata al femminile. Una figura che non sarebbe altro che l’immagine speculare della Vita. Praticamente lo stesso principio, la stessa attrice, nell’interminabile successione di Vita e di Morte del genere umano e di tutta la Natura.

Siamo di fronte ad un indispensabile raccordo di rigenerazione dell’esistenza. Ed in questo snodo la donna probabilmente potrebbe trovare un suo importante ruolo simbolico nel percorso iniziatico “solare” e nei nostri rituali, senza subire alcun snaturamento.

Eppoi è proprio vero che i nostri rituali sono così privi di simbolismo e tracce esoteriche femminili, lunari?

Osserviamo il tempio: accanto al Sole, compare il quadro della Luna. Durante ogni tornata invochiamo Bellezza e Sapienza (oltre alla Forza). Sulla colonna di destra appaiono delle melagrane, simbolo di sessualità e fecondità. La colonna di sinistra, Boaz, è invece potentemente caratterizzata al femminile dalla iniziale Beth, seconda lettera ebraica, che significa casa, abitazione, da cui ricettacolo, caverna, utero… Leggendo poi alla rovescia i nomi delle due colonne si ottengono i termini “Nikai” e “Zoab” che alludono alla congiunzione sessuale (Hieros Gamos).

L’ambiente della loggia presenta e simboleggia molte altre congiunzioni, molti altri matrimoni, fra principi maschili e femminili: come ad esempio quello fra il Compasso e la Squadra, che per la loro formologia ricordano perfettamente la cuspide o spada maschile all’insù (il Lambda-Lameth del Compasso) e la cuspide o  il vaso femminile all’ingiù (il Gamma-Ghimel della squadra); ed insieme la parola “Logos” celebrata all’apertura del Libro Sacro, la Genesi, all’inizio di ogni tornata. E così via…

Anche i famosi tre passi con cui il massone entra in loggia, simulando la zoppia di Tubalcain e degli altri grandi fabbri della stirpe di Caino, fondatori delle prime città bibliche, la cui arte era così preziosa per le antiche comunità che, per evitarne la fuga, tagliavano loro il tendine d’Achille; ebbene quella stessa zoppia potrebbe nascondere anche un tributo simbolico al Femmino, il  retaggio della storpiatura che subiva il cosiddetto “paredro”, l’uomo scelto per giacere con la rappresentante della Dea Madre nelle primitive società matriarcali.

Più che un’esclusione, quindi, il Tempio Massonico e la sua ritualità, sembrano richiamare ogni volta una “Congiunzione”, una “Compenetrazione”, fra principio maschile e Femminino.

A questo riguardo c’è chi – estremizzando – sostiene che non abbia nemmeno senso distinguere l’iniziazione maschile da quella femminile, semplicemente perché, solare o lunare, entrambe sono destinate ad integrarsi e completarsi nel percorso esoterico. La strada dell’iniziazione, infatti, porta a varcare la soglia del “tutt’altro da me”, per integrarlo e riconoscersi nella nostra polarità complementare (Vittorio Vanni).

Se l’iniziazione originale, quella dell’inizio dei tempi, può essere stata più “Uroborica” (compenetrativa, fra Femminile e Maschile, appunto), è però indubbio che ad un certo punto della storia deve essere accaduto qualcosa di deflagrante, che ha fatalmente diviso le due parti del cielo.

Probabilmente si è trattato del passaggio dal culto primordiale della Grande Madre e dall’ordine Matriarcale che esso sottintendeva, all’affermarsi dei culti maschili e monoteisti, con il conseguente avvento delle società Patriarcali.

Una trasformazione che è stata probabilmente molto più cruenta e dolorosa di quanto possiamo supporre (basti pensare alla quantità di femminicidi che si registrano ancora oggi nella società moderna).

La sottrazione e la cancellazione del potere matriarcale ha senz’altro comportato anche l’allontanamento della donna dal mondo iniziatico, di cui in origine era probabilmente la sola o principale depositaria. Un allontanamento che è quindi cominciato e dura tuttora per cause certamente più exoteriche e sociali, che per effettivi motivi esoterici.

Tutto questo con impietose “rimozioni” culturali e religiose, come ad esempio la cancellazione di ogni principio femminile dai culti trinitari come quello cristiano, dove lo “Spirito Santo” ha preso il posto della “Rivelazione o Sapienza del Divino” (l’originale Sekinhia degli ebrei, che nel più lontano passato considerata perfino la parte femminile o consorte di Yehovah), accanto al Padre ed al Figlio.

L’ostracismo e la demonizzazione della donna sono stati praticati non solo dalla religione giudaico-cristiana, ma anche da quasi tutte le altre civiltà, dal confucianesimo, dove assunse sempre ruoli secondari; dal buddismo, dove quando una donna moriva si pregava perché nell’al di là diventasse uomo.

La donna si è dunque sottomessa alla Storia. Ma non ha mai completamente rinunciato ad un proprio esoterismo. Gli antichi misteri femminili, ellenici e romani, lo dimostrano. La scuola Pitagorica lo conferma.

E lo attestano anche le varie forme di massoneria femminile che bene o male si sono succedute negli ultimi secoli:

Alla massoneria femminile, in Italia, non manca certamente una storia, ed a quanto si è visto nemmeno una tradizione. Cosa manca ancora, quindi, per ottenere l’abbraccio definitivo della Massoneria maschile italiana?

Prima di tutto va risposto che probabilmente manca proprio a questi ultimi – i massoni maschi – il coraggio o la volontà di contrapporsi alla massoneria inglese, che perpetua in termini conservatori l’esclusione delle donne dalle logge, e condiziona a questa esclusione anche il proprio  “riconoscimento” di tutte le altre Gran Logge nazionali (riconoscimento di cui la maggiore Obbedienza massonica francese non si è data però grande pensiero, prendendo recentemente la storica decisione di ammettere le donne nei propri templi).

Anche in passato, in Italia, ogni volta che si è giunti ad un passo dall’accettazione delle donne in Massoneria, è sempre accaduto che la decisione venisse accantonata o respinta per ragioni di opportunità e opportunismo, legate soprattutto al difficile processo di riunificazione dei vari Grandi Orienti in cui era divisa la massoneria italiana. Nemmeno un volitivo e carismatico Gran Maestro come Garibaldi, favorevolissimo alle donne in Massoneria, è mai riuscito a superare queste impasse. Assolutamente contrari gli Orienti di Torino e Firenze, possibilisti quelli di Napoli e Palermo.

L’approdo ad un unico Grande Oriente d’Italia, sancito dalla Costituente del 1876, combaciò anche con il tramonto di tutte le attese e delle speranze delle massone italiane. In quella stessa Costituente il loro riconoscimento da parte del GOI venne infatti totalmente e definitivamente escluso. E così sarà fino ai giorni nostri.

Coincidenza curiosa: nello stesso anno (1876) in cui calava il sipario sul riconoscimento della massoneria femminile da parte del Grande Oriente italiano, al di là dell’oceano, negli Usa, nasceva l’Ordine delle Stelle d’Oriente, che è divenuto in seguito l’unica forma di partecipazione femminile alla vita iniziatica autorizzata dallo stesso Grande Oriente d’Italia.

Ma anche qui emerge una contraddizione: ricordate il famoso paio di guanti che ogni Iniziato è invitato a donare alla propria “polarità contraria”? Cioè alla donna che più lo completa spiritualmente e intellettualmente, senza specificare al riguardo alcun vincolo di parentela. Ricordate il rituale? Quindi in base ad esso qualsiasi donna può essere la destinataria di questo omaggio iniziatico (che già di per sé suona quanto meno come un riconoscimento di “complementarietà” massonica).

Ed allora perché nella “Stella d’Oriente”, Ordine riconosciuto dal GOI, questa visione viene ristretta alle sole mogli, sorelle, madri o vedove (recentemente pare siano state comprese anche le suocere) dello stesso Iniziato? Apparentemente sembrerebbe un’aperta contraddizione concettuale dello stesso rituale con cui tutti i massoni maschi del Grande Oriente sono stati iniziati. O no?!?

In secondo luogo, per alcuni, mancano probabilmente alle donne massone un mito ed un rituale più consoni alla loro natura “lunare”, e all’esaltazione dei principi e dei valori femminei di cui sono portatrici (basta ricordare la famosa classificazione di Bachofen).

La soluzione più condivisibile e praticabile potrebbe essere quindi quella di un ordinamento femminile autonomo nei primi tre gradi (magari aiutato dal GOI ed ospitato negli stessi templi delle sue logge), e successivamente un rito superiore di “ricongiunzione”, basato su nuovi gradi e nuovi rituali, tutti ancora da scrivere e codificare.

E qui sta il punto scabroso: esiste ancora, in questi tempi di copia-e-incolla da internet, la capacità di inventare miti collegati ai valori primordiali dell’uomo e della donna? Esiste la capacità di concepire e scrivere nuovi rituali massonici? Esiste una massoneria in grado di rinnovare e reinterpretare la propria tradizione in questo modo?

L’ultimo grande iniziato che ha provato a percorrere una strada simile pare sia stato Mozart, che avrebbe voluto fondare un nuovo Ordine massonico, l’Ordine della Grotta, maschile e femminile, ma la morte lo ha fatalmente strappato ai suoi intenti. Lui certamente la creatività e la sapienza massonica e la genialità per inventare un nuovo rituale le avrebbe sicuramente avute.

Ma dove ispirarsi per compiere un’opera simile? Una fonte potrebbe essere l’antico Egitto, il mito di Iside e Osiride, o quello della dea Maat, la pesatrice di anime.

Quello di Iside è senz’altro il culto più compenetrato e duraturo nel nostro inconscio religioso collettivo. L’ultimo tempio “pagano” di Iside in Egitto, a Philae, fu chiuso nel 560 per ordine dell’Imperatore Giustiniano, che ne fece portare le statue a Costantinopoli e incarcerare tutti i sacerdoti presenti. Nonostante tale repressione la tradizione isiaca ha continuato a vivere sotto traccia anche nella più avanzata era cristiana-cattolica. Ancora oggi infatti i santuari più venerati e più visitati dai pellegrini sono quelli delle Madonne Nere (nere come lo erano appunto anche le statue di Iside) sorti negli stessi luoghi, talvolta negli stessi edifici, in cui veniva venerata l’antica dea egiziana.

Iside e l’antico Egitto potrebbero certamente emozionare ancora uomini e donne dell’ormai prossima “Età Promessa” dell’Acquario (dal 2070 in poi).

Ma c’à già un vasto movimento che ha trovato e saputo riscrivere i propri fondamenti iniziatici ed i propri rituali, in chiave prevalentemente femminile, rifacendosi al medioevo: è la Wicca, movimento religioso “neo pagano”, codificato nel 1954 da un esoterista inglese, Gerald Gardner, affermando di essere stato a sua volta iniziato ad un antico mistero (New Forest Coven) che si rifaceva a culti e saperi segreti medievali, in pratica alla magia praticata dalle stesse donne che in questi tempi venivano perseguitate e bruciate come streghe.

La Wicca sta difondendosi sempre di più. Al suo interno accoglie uomini e donne, con una forma di iniziazione estremamente significativa per la tesi di questa tavola: ogni iniziazione wiccan deve infatti avvenire attraverso un alto sacerdote ed un’alta sacerdotessa che trasmettono il proprio lignaggio rispettivamente ad un inizianda e ad un iniziando, seguendo strettamente la regola dell’interconnessione tra i sessi, cioè da una femmina a un maschio o da un maschio a una femmina.

Gli iniziandi devono avere un’età superiore ai 25 anni. Mediamente, la preparazione all’iniziazione di primo grado occupa da uno a tre anni (ottenuta la quale si diviene sacerdoti/sacerdotesse a tutti gli effetti). Quella al secondo grado, dura mediamente da tre a cinque anni (ottenuta la quale si diviene alti sacerdoti/sacerdotesse, con il diritto di iniziare nuove persone e di formare una nuova coven/congregazione), mentre il terzo grado è ormai riservato a pochi e prima di essere ottenuto possono passare anche decenni (solitamente le persone che ottengono il terzo grado vengono definiti “anziani” ma anche questo dipende dalle varie tradizioni).

Tra gli innumerevoli rituali presenti nella Wicca, ha particolare rilevanza il Grande Rito; un rito di tipo ierogamico compiuto dai sacerdoti in modo effettivo, cioè con una vera e propria unione sessuale tra i sacerdoti stessi, anche se nella maggior parte dei casi esso viene svolto in maniera solo simbolica.

La classica ritualità wiccan comprende :

Il richiamo della Wicca all’antica magia medievale (che subì la persecuzione delle streghe e dei maghi considerati gli ultimi custodi dei riti pagani della natura e dei boschi, banditi come eretici e blasfemi dalla nuova trionfante religione cattolica) sembra risvegliare in alcuni massoni contemporanei una sorta di archetipo sopito, dimenticato, forse inconsciamente rimosso.

Potrebbe trattarsi in effetti di un antico retaggio nascosto: le logge massoniche da sempre, per la loro caratteristica di tolleranza universale, sono sempre state il ricettacolo ed il benevolo ricovero di tutte le idee sconfitte dalla storia, ma ognuna di queste con un proprio nucleo di verità e di principi che il mondo profano avrebbe voluto distruggere per sempre, ma che le logge hanno sempre pensato di preservare a futura memoria, perché l’uomo non dimenticasse mai ciò che è stato, ciò che sarebbe potuto essere, e, riconoscendo gli errori e correggendoli, ciò che potrebbe ancora aspirare ad essere. Nelle logge risiede infatti ancora l’antica sapienza e la magia del mondo di Merlino e di Camelot. Le stesse cui si rifà la Wicca.

C’è la scena cruciale di un film intensamente esoterico – Excalibur (1981, regia di John Boorman)    –  che simboleggia efficacemente quanto stiamo dicendo: è un dialogo fra Merlino e la sua (cattiva) apprendista Morgana, quest’ultima vorrebbe che il maestro gli svelasse subito tutti i segreti della sua magia (ma l’allieva non è certo pronta, e mai lo sarà). Mentre avviene questo dialogo alle loro spalle scorre una processione cristiana, è la nuova religione che sta cancellando quella antica. Merlino lo sa, ed invita Morgana a darsi pace. Non è più il tempo del Drago. Non è più il tempo dell’antica magia. L’apprendista non desiste e con uno stratagemma estorce al mago la formula per richiamare il Drago. Ma come aveva predetto Merlino la formula non funziona più. A Morgana rimane l’effimero potere di “mascherare” la propria vecchiaia. La magia più superficiale. Merlino invece sprofonda in un’antica grotta (una loggia?), ibernato in una grande stalagmite di ghiaccio, in compagnia del Drago, in attesa che il mondo abbia ancora bisogno e possa ancora credere nella sua magia. Magia che senza la Grotta, senza la Massoneria, sarebbe andata completamente perduta.

Anche l’iniziazione femminile non è perduta. Forse è racchiusa anch’essa nelle nostre “interiora terrae”. In attesa che un Drago la risvegli.

 

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